Ricordando lo Stesino...

A proposito del più veloce dei motorini che ho avuto, un motorino autocostruito un pezzo qua, un pezzo là, un mio amico di vecchia data mi scrive:
"Secondo me sei stato uno dei precursori del tuning. Oggi fanno tutti i fenomeni comprando pacchetti di elaborazione già pronti, te invece ti smaronavi ad elaborare il motore in maniera artigianale. A che velocità era arrivato sullo stradone, che non ricordo, 90?"

Veramente…  i 104 sulla Traversa di Pianura tra Funo e San Giovanni P. (Strada provinciale a nord di Bologna oggi trafficatissima, all’epoca, 1979, uno stradone lungo e dritto, sempre vuoto). Tuttavia non ci tengo a raccontare queste cose. Oggi, over 40, già da un po’, mi considero un pazzo se penso a quelle imprese funamboliche. Sulle SS viaggiavo tranquillamente a 90 assieme alle auto, normalmente, seguivo il flusso dei veicoli sebbene avessi un 50ino. Ero senza assicurazione perché all’epoca non era obbligatoria. Ero un incosciente! Mi è sempre andata grassa, ma con un po’ di sfiga, mi sarei potuto anche ritrovare, oggi, su una sedia a rotelle. Se avessi un figlio che fa queste robe lo terrei legato incatenato al letto, e poi, lascia che i Carabinieri mi arrestino per segregazione. Se solo avessi ammazzato uno (o anche solo fatto dei danni gravi), mio padre e mia madre si sarebbero mangiati la casa!

L’unica cosa che mi “consola” è che erano altri tempi. Non vuole essere una giustificazione, ci mancherebbe, ma una presa di coscienza. All’epoca infatti, cose così erano considerate meno gravi di oggi semplicemente perché gli standard medi erano diversi. Allora era “normale” che molti motorini facessero quelle peripezie, come era “normale” ad esempio scazzottarsi tra compagni di scuola. Come era “normale”  uscire dalla scuola e andare a giocare a biliardo. Oggi essendo cambiati gli standard medi, queste cose non sono più considerate “normali”. Cambiando cioè le regole sociali, cambia il metro di riferimento. E di conseguenza può passare la mia attenuante: “erano altri tempi” anche se la mia passata incoscienza comunque resta.

Si, mi smaronavo a elaborare da me stesso il mio motore, ma solo ed esclusivamente perché non c’erano soldi per comperare le elaborazioni già fatte. Questo dovuto al fatto che mia madre non mi dava certo dei soldi per fare andare il motorino più veloce. Per cui bisognava in un certo senso aggirare l’embargo, cioè bisognava arrangiarsi di continuo.
Come dicevo prima: altri tempi…
Altri ricordi…

Quando decisi di fare quel motorino recuperando un vecchio cesso, decisi di verniciare il telaio a forno, ma per economizzare, andai con mio padre da un suo amico in pensione che faceva il carrozzaio a tempo perso (cioè in nero). Si chiamava *******ini ma lo chiamavano *******one  perché era grande grosso e anche molto burbero e grezzo. Quando si tagliava un dito, o comunque si procurava una piccola ferita, dopo avere detto una sfilza incalcolabile di bestemmie, si disinfettava con… il diluente. Si… è vero, l’ho visto io. Non ricordo però se era nitro o sintetico… Ma diluente era… D’altronde… un carrozzaio, un verniciatore, mica poteva disinfettarsi con l’alcool no?

Quando andai là con mio padre e gli spiegammo la cosa lui disse si, ma minacciosamente aggiunse:
"Cinno… me at reghel la vernìs, an voj grinta, ma bada ban che te tott i dè ‘t vin que a lavurer compagn a chi etar, da ot our la mateina a si our la sira."
(Giovane… io ti regalo la vernice, non voglio niente, ma bada bene che tu tutti i giorni vieni qua a lavorare come gli altri, dalle otto del mattino alle sei di sera).

Era giugno ed era un caldo bestiale. Per una settimana andai la col "trombone" (un altro vecchio motorino) a cartare… lisciare… abradere… fondo… stucco a spruzzo… ecc…. A mezzogiorno rimanevo, in via amichevole, a mangiare la con loro: lui, la moglie e la figlia, più tre operai, ragazzetti di 20-25 anni che lavoravano con lui. Solo che fin dal primo giorno, a pranzo, conobbi la figlia, più o meno mia coetanea. E da li nacque una sorta di simpatia. Cosa che non sfuggi al burbero padre:
"Cinno, te ta da lavurèr de piò e ster piò lontàn da mi fiola… E te cinna, via, a studier de là… "
(Ragazzo, tu devi lavorare di più e stare più lontano da mia figlia. E te ragazza via, di là a studiare)

Naturalmente non lo diceva con cattiveria dentro… si vedeva che aveva un fondo di humor. Però si faceva intendere bene… Ma quando il telaio fu finito, blu elettrico verniciato a forno, e me lo rese, alla domanda di mio padre: “Tutto bene allora? “, ridendo sotto i baffi rispose:
"Mo se… l’onic quel è che to fiol al sta trop atachè a mi fiola
(Ma si… l’unica cosa è che tuo figlio sta troppo vicino a mia figlia)
Mio padre non capì la sottil ironia e cambiò faccia guardandomi minaccioso, fino a che il tipo gli rise in faccia e gli offrì un bel bicchiere di vino. Era fatto così…
Eh… altri tempi…

La moto era senza libretto perché chi l’aveva prima di me l’aveva perso. Solo una volta mi fermarono i fetentissimi gufi di San Donato (Quartiere di Bologna). Si erano appollaiati a metà di viale della Repubblica. Oggi è tutta una corsia d’incanalamento, semafori e ponti, e alla fine è anche a senso unico. Anche volendo, non puoi fare nemmeno i 60. Ma all’epoca era un vialone dritto. Solo il semaforo, a metà. E quel giorno, lì,  anche i gufi (I vigili urbani a Bologna vengono detti gufi).

Nella parte inferiore del serbatoio della benza c’è una rientranza per tutta la sua lunghezza: serve perché lo si possa accavallare al tubo centrale orizzontale del telaio della moto e lì imbullonare tramite antivibranti in gomma. Lì sotto avevo installato un interruttore nascosto che, intervenendo a monte della bobina, mi spegneva la moto. Era una sicurezza in caso che qualcuno mi avesse detto che il rumore del motorino non era regolare. In questo caso facevo la parte di quello che aveva il motorino che non andava e così speravo di farla franca sfruttando la possibiltà di fare pena al gufo di turno.

Quel giorno in viale della Repubblica il rumore non era troppo per cui andavo tranquillo. Mi ferma il gufaccio e mi fa:
"Documenti!"
Io gli do la carta d’identità (all’epoca non c’era la patente per i 50ini) e poi gli dico:
"Io l’assicurazione non l’ho… non è mica obbligatoria vero?
Lo sapevo benissimo che non era obbligatoria ma dovevo distrarlo dal chidermi il libretto che  non c’era. Rischiavo di essere mandato al collaudo. Ma il gufo:
"No! Ma ci stai su questo motorino?"
"Macchè… è un cesso che non va nemmeno a spingerlo… Mio padre non me ne vuole comperare uno nuovo… questo non va ‘na mazza… fa si e no i 60…"
"Ma c’è il limite dei 40 per i ciclomotori!
"Si lo so… ma dicevo così per dire… "
"Non hai la marmitta standard… Il rumore è regolare? Fammi sentire… metti in moto…"
"Ok… ma devo cucciare perché è un bidone" (Cucciare = spingere il motorino).

La messa in moto era a spinta perché la pedivella dell’avviamento batteva contro i poggiapiedi, che non erano proprio arretrati, ma nemmeno in posizione normale. Lascio in mano sua la carta d’identità e cuccio. Nel frattempo, senza farmi vedere, stacco l’interruttore nascosto, togliendo corrente alla bobina e quindi alla candela. Spingo… spingo… boo… bo-booo… bo-booooo… zero. Lo ingolfo anche un pochino… booo… bo-booo…. Lo guardo:
"Gliel’avevo detto che era un cesso!"

Spingo per altri 30-50 metri e poi mi fermo, sudato col fiatone, e facendo finta di smanettare dal carburatore tipo-aprire-l’aria, accendo l’interruttore nascosto. Infine spingo ancora un pochino e… Baaa… baaaaa…. Ba-baaaaaaaaaaaaaba………

Giro verso di lui e gli faccio un mega sgasatone a 10.000 giri affogandolo in una nube azzurra di gas di scarico. La miscela dava infatti quel fumo azzurrognolo…
E poi il motorino l’avevo anche un pochino ingolfato… Per cui, un fumazzone… Peggio dei fumogeni dello stadio.

Il gufaccio mezzo intossicato:
"Va bene… va bene… spegni, spegni…"
Mi da i documenti e poi: “Vai vai…”

Ancora una volta avevo gabbato i gufi!
Altri tempi… Altri tempi!!!

L’espansione era una Marving comperata da un amico a 3500 lire quando una nuova ne costava 7000. Anche il silenziatore era un Marving pagato 5000 usato, (nuovo 9000) ma solo perché il vecchio Simonini (che era più corto) faceva troppo casino anche con la lana di vetro nuova. Così lo ridiedi a chi me l’aveva venduto, anche perché dovevo ancora pagarglielo: 3000 lire. Invece quel Marving andava veramente bene. E i gufi non dicevano nulla… per cui… Bastava solo cambiargli ogni tanto la lana di vetro. Ma bisognava anche pulirlo internamente dalle incrostazioni di olio che si formavano. Idem per l’espansione. Ma se il silenziatore era smontabile in 4 parti (dietro, davanti e tubo retinato interno), l’espa non lo era di certo. Allora che fare? Ci voleva il cannello ossiacetilenico per bruciarla ben bene. Solo così, oltre i 300*C, le incrostazioni si scioglievano e bruciavano, liberando tutto lo scarico. Ma chi lo aveva il cannello? Non c’è problema: un sedicenne che deve pulire l’espa e il silenziatore secondo voi si perde d’animo perché non ha il cannello? No, il cannello me lo organizzo io!!!!

Misi al centro del garage un bidone, tipo quelli da 25 kg di pittura - tempera per imbiancare la casa, ovviamente era di ferro e non certo di plastica. Ci misi dentro l’espa e il silenziatore tutto smontato, ci buttai dentro circa 1 litro di benza e infine buttai dentro un fiammifero acceso. Subito si levò una discreta fiammella quasi trasparente, tipo quella dell’alcool. Io ovviamente stavo lì a guardare, pronto con un panno a coprire il falò, se esso avesse preso una piega pericolosa. Brucia… brucia… l’espa e il silenziatore iniziano a scaldarsi. E le incrostazioni d’olio iniziano a sciogliersi. E dal bidone inizia a levarsi un leggero fumo grigiastro: normale.

Brucia… brucia… l’olio sciolto in mezzo alla benza inizia a scaldarsi, e sappiamo bene che questo, solo quando è caldissimo, inizia a bruciare con una fiamma molto rossa. E a fare fumo. Infatti il fumo aumenta… aumenta… L’olio brucia… brucia… la fiamma è sempre più rossa ma quasi non si vede più… solo un densissimo fumo grigiastro-nero che usciva dal bidone verso il basso, come se fosse acqua o altro liquido che stesse tracimando. Usciva e si abbatteva verso terra. In pochi istanti il garage era impraticabile. Dobetti uscire perché non respiravo più… fuori c’era il corsello del garage ma non c’era vento. E presto il garage completamente pieno di fumo iniziò ad inondare pure il corsello. Da fuori non si vedeva più il bidone, che era sempre al centro del garage. La visibilità verso l’interno era di mezzo metro, un metro al massimo.

Di li a poco anche il corsello iniziò ad essere invaso dal fumo. Che si liberava lungo le due grandi aperture sul soffitto, a cielo aperto, che servivano per dare aria e luce. Ricordo che la luce del sole illuminava le colonne di fumo che uscivano dalle due aperture, più da una che dall’altra, cioè da quella che era più vicino al mio garage. Di lì a poco iniziarono a sentirsi le tapparelle che si alzavano e la gente che iniziava a guardare giù. Finchè la prima signora arrivò giù preoccupatissima perché temeva un incendio. La tranquillizzai ma dopo un po’ arrivò giù anche un altro signore, un ferrarese pensionato,  che stette a controllare… non si fidava. Fino a che la benza esausta, e l’olio esaurito,  fecero spegnere il fuoco. Dopo 10 minuti potei entrare  a recuperare l’espa e il silenziatore pronti per essere cartati e verniciati.
Altri tempi…

Un giorno ruppi il rubinetto della benza, avvitato ad immersione, nel serbatoio. Costava 1500 lire e per non comprarne uno nuovo, riparai quello. Solo che per fare questo avevo dovuto eliminare la reticella e la pipettina di plastica, che vanno all’interno del serbatoio, e che servono per avere la riserva. Ma a me la riserva non serviva perché ne avevo una super!!! Avevo messo una giunzione a T sul tubo che dal rubinetto della benza andava al carburatore, e avevo collegato mezzo metro di tubo fissandone l’estremità al coprighiera del puntone centrale del movimento dello sterzo. In questo modo, per l’effetto dei vasi comunicanti, avevo a vista, il livello costantemente aggiornato della benza che avevo nel serbatoio. Poi con un pennarello avevo tacchetttato questo tubo, litro per litro (con sottomultipli al quarto di litro): così sapevo sempre, e con esattezza, quanta benza avevo. La riserva del rubinetto che non avevo più? Mi faceva un baffo in confronto al mio sistema degno di una Ferrari.

Come ho detto, l’estremità di questo tubo andava a conficcarsi (ma solo per estetica) nel coprighiera del piantone del perno del manubrio. Questa estremità del tubo deve essere completamente libera e fare passare l’aria perché il sistema dei vasi comunicanti funzioni. Se io lo tappo e aggiungo benza nel serbatoio, esso non la indica. Se la levo, idem perché l’aria, creando depressione, trattiene la benza e l’indicazione non funziona.

Quel giorno ero sulla SS 64 verso FE a Ca de Fabbri, prima di Altedo. Erano le 12:30 e stavo tornando a casa per andare a mangiare. Era luglio e c’erano 35°C quando la moto: boo… bo-boooo… boooooo… zero! Ferma. La benza? Il mio indicatore segnava 3 litri. La candela? La smonto e spingo la moto in prima: fa la scintilla… guardo dentro il serbatoio: SECCO! L’indicatore a vasi comunicanti era otturato e non comunicava più! Vabbè… sono fermo e devo attendere le 15:30 che apra il benzinaio del paese (un po’ fuori paese all’epoca). Tanto vale che spingo verso casa e poi al primo benzinaio aperto mi fermo. Sono arrivato a casa alle 15 dopo essermi fatto 9 km cucciando il motorino sotto il sole di luglio. Da quel giorno rividi profondamente il sistema dei vasi comunicanti, modificando sostanzialmente il fermo che reggeva l’estremità del tubo indicatore.
Altri tempi, quelli dei vasi comunicanti…
Altri tempi davvero…. Quasi 30 anni fa !
CIAUZ

Lola Fox

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